bruno pagnanelli

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Afghanistan 2006-2010

diari dalla spiaggia senza mare..


Maggio 2007:

Le note di Giorgia entrano sulla mia scrivania piena di polvere.. con una canzone che mette ibrividi .. “e poi sarà come morire…” i brividi mi salgono dalla schiena, carezzano il collo, alzano i peli superficiali come se passasse un soffio di vento gelido solo su pochi millimetri di superficie … “amore che non vola, che ti sfiora il viso e che ti abbandona…” ho la sensazione che dal naso iniziano a salire lacrime.. sono solo e potrei liberarmi dall’angoscia che mi pervade ogni mattina che vedo il mondo fuori e che combatto con la sensazione dello spazio vuoto fra le montagne.

oggi è passato il fronte ed ha lasciato disegnati diversi livelli di sfondo con 3-4 linee di montagne che si vedono in differenti piani di lontananza…… le ultime hanno la cima bianca di eterno. il velo di nebbia che scende dal turkmenistan si scontra con le pirme avvisaglie dell’hindu kush e del selseleh-ye, le tavole di terra ocra verso l’iran sono libere e dicono che il caldo presto arriverà a trasformare tutto in polvere finissima come borotalco.

il suono dei generatori è sempre in sottofondo e non bastano le grida del mattino a scansare il sottile ronzio che ti accompagna per tutto il giorno. la vita nel campo scorre lenta. si muove come se fosse un pachiderma che è pronto ad impazzire e a trasformarsi nella fila delle formiche quando mischi la fila indiana e tutte diventano improvvisamente imprevedibili e iperattive. ho la necessità di vedere cose che non siano colorate di grigio e di sabbia.. rientro nella tenda con la speranza che il caldo dei condizionatori dopo la passeggiata del mattino sia come un abbraccio di un pile già usato. il caldo ed il freddo sono come la gioia e l’ansia, si sovrappongono, si superano come in una corsa folle a chi arriva prima.. si susseguono durante la giornata come se fossero delle cose assolutamente normali. a momenti di felicità per cose futili susseguono stati di ansia profonda…

ieri sera ho perso tempo a guardare il cielo. era profondo e mi toccava il naso rivolto verso l’alto con la moltitudine di segni piccoli e infiniti. l’assenza di luce intorno lo apre come un vaso di pandora.. più lo guardi più lo vedi profondo, più ti perdi nel sogno di poter essere una cometa.. e di poter viaggiare a ritroso nello spazio e nel tempo.. per poter tornare da dove sei venuto.. o per raggiungere prima il termine del viaggio.. Giorgia ha terminato un’altra canzone.. la sensazione di peso al naso è scomparsa. forse sono di nuovo pronto per andare a prendere la giusta dose di rumore su quel camion fatto di metallo e di kerosene.. vado a prendere le meteo ma tanto sò che non serviranno.. il cielo è terso e alto come quello di stanotte…. solo più luminoso.. buon giorno sole, buongiorno roccie.. aspettatemi vi vengo a prendere…


Maggio 2007:

sono seduto, sul mio letto, fresco di odore di bagnoschiuma da un euro, fresco di riposo da consumare, fresco come acqua nel deserto.. 

la camera è chiusa come sempre per evitare che la madre del sole entri con i raggi e non esca più.. mi ricordo un film.. 

un vecchio film dove con una magistrale fotografia si raccontavano storie di replicanti.. ed alla fine con enfasi tutta cinematografica questo pezzo di storia del cinema iniziava così:”ho visto cose che voi umani non potreste immaginare… ci ho pensato ieri. di ritorno da un volo nel nulla. di ritorno da un pezzo di mondo fatto di fuoco e di cielo che si fondono in strati di polvere sollevati dal vento.. e mi sono ricordato quelle parole e il termine della frase: “E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia…” ho pensato che spesso ho trovato lacrime, molto raramente ho visto la pioggia. ho pensato all’opportunità che ho, alle difficoltà che questa opportunità mi presenta ogni giorno.temperature estreme, spazi immensi e tempo senza lancette. il giorno e la notte sono scandite dal rumore del nulla. niente per l’infinito.

chilometri di terra ocra e di fiumi riarsi dal sole che lasciano ferite sul suolo da secoli. ferite che indicano la violenza degli elementi, che indicano estemporanei mari in piena che durano come le effimere. spazi vuoti, sabbia, arbusti e polvere.. rocce nere che sbucano dal suolo piatto come per ricordare che forze estreme arrivano dal basso a punire questa terra, martoriata dalla sublimazione che il vento ha sulle rocce. penso mentre scrivo a quello che vedo, penso alla libertà, quella che stereotipando assumi al vento nei capelli..

poi mi rendo conto che qui non c’è nulla che ricorda la libertà. esistono palizzate, filo spinato, coperture di cemento e bastioni di terra. mi rendo conto che vivo e che ricordo cose che altri non vedono. mi sento felice perchè sono un privilegiato. poi ci penso ancora, rotolandomi per trovare una posizione più comoda nel letto che inizia a riscaldarsi del calore del mio corpo. non sono un privilegiato. vorrei essere ignorante e non sapere, non vedere. il contrasto di questi sentimenti è nelle foto che vorrei fare. il fascino di luoghi che hanno visto passare alessandro il grande e la terribile crudeltà di un mondo inospitale che nessuno di noi può affrontare senza l’aiuto di chi conosce questa NATURA.

esiste un modo per considerare la vita nel nostro mondo. un modo che ha a che fare con l’apparenza. qui tutto è vero e non appare. qui tutto muta e si modifica in funzione dei grandi movimenti del mondo che mi circonda. mari che diventano rivoli in una settimana, il blu del cielo che si trasforma in giallo nel giro di pochi minuti. l’alito delle brezze che si trasforma e travolge l’uomo e le sue invenzioni.. qui il ritmo della vita è raccontato da spostamenti di masse di acqua, da fioriture di pochi elementi, dal senso dei venti, dal dolore e dalla sofferenza di chi si muove per tratturi segnati come stecchini in mezzo al deserto.. la vita e la morte sono scanditi come gli elementi. non esiste un parametro di riferimento occidentale.esiste un uomo che con un piccone scava una buca in mezzo ad uno spazio vuoto di 50 chilometri di raggio.non ha nulla vicino a se che possa indicare un mezzo di locomozione che non siano i piedi. non ha nulla che possa identificare un bivacco.. ha il nulla intorno. eppure scava. ho la visione di questo uomo mentre provo a prendere sonno su un letto già troppo caldo. la mia unica compagna è questa tastiera.. mi permette di ricordare. le vette, i colori.. il potere e la forza che non comprendiamo nelle nostre città. mi chiedo cosa facesse quell’uomo in quel pezzo di vuoto. come ci era arrivato, cosa beveva, come mangiava…… e mi considero fortunato perchè ho visto. anche se non ho pioggia per far perdere le lacrime… E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia…


L’INFERNO (diario di un volo sul beluchistan verso Karachi in Pakistan)
ho visto come potrebbe essere l’inferno…
potrebbe essere come le montagne che da quetta portano alla piana dell’indo, come delle onde di pietra che si sollevano dagli inferi e salgono verso l’alto come una marea pietrificata che non troverà mai la sua spiaggia..
potrebbe essere pieno di guglie di arenaria e di argilla che si sciolgono con il tempo e con il vento. potrebbe essere come i fiumi secchi che somigliano a vene avvizzite dalla morte e dal calore.
potrebbe essere come le rotaie che trasportano lo zolfo giallo su carrozze di ferro rosso tra le valli aride del beluchistan.
potrebbe essere come la fame e la sete che urla dalla polvere di queste montagne.
potrebbe essere come le dune di sabbia rossa che circondano la zona a sud di kandahar, retaggio di montagne sbriciolate dai secoli, separate da un fiume che compare all’improvviso e che contagia il paesaggio con un pizzico di colore..
potrebbe essere come la piana di sukkur, dove la temperatura torrida e l’umidità del grande fiume portano la resistenza umana oltre il concepibile.
potrebbe essere come una strada di karachi dove i quindici milioni di abitanti sono rappresentati da 50 metri quadrati di scena, un teatro che non si ferma mai, dove la strada è il punto focale della vita, dove le persone mangiano, parlano, bevono caffè seduti nella polvere e nel guamo, dove si urina scavando buche in prossimità di persone che cenano su piatti di ferro poggiati sulla strada, dove si dorme a pelle sull’asfalto, dove si muore senza enfasi… dove ognuno possiede 10 cm di spazio vitale ed il resto è tutto in comune con la puzza degli escrementi e della frutta che marcisce, mista all’odore degli scarichi e dell’olio bruciato e delle bestie che vanno a morire.
ho visto come potrebbe essere… potrebbe avere il colore del muro di un bagno dell’aeroporto, dove 5 facchini dormivano nel nero della stanza su un tavolo di 2 metri quadrati, vestiti di blu con tute sporche di grasso e catrame, mentre i topi passavano sotto il tavolo e un ventilatore ruotava lentamente a cercare la poca aria pulita che arrivava dalla porta…
potrebbe essere come gli occhi di chi non dorme da giorni e riposa su marciapiedi dove passano i fiumi dell’occidente travestiti da macchine di lusso del centro e improbabili abiti firmati.
incredibile… dopo aver visto questo, riconsiderare i valori di riferimento della propria vita con parametri non più assoluti…
incredibile il mondo senza le nostre certezze…

la vita da soldato, da pilota in zone mai viste prima, con le difficoltà della condizione e del rischio connesso al lavoro. i pensieri di una persona comune riportati nelle mail spedite a casa..

Sopra: Burqa al mercato di Kabul

Sopra: la tratta del viaggio verso Karachi

Sotto: una foto fatta sul Beluchistan.

Sopra: equipaggi di Chinook

Sotto: uno dei bus che circolano in Pakistan.

dedicato alla “linea”,

ovvero omaggio a chi mi ha accompagnato nel viaggio verso l’inferno e ritorno, un viaggio di 20 ore di volo, dall’afghanistan all’oceano indiano, sulle foreste di mangrovie che coprono la foce dell’indo. un viaggio che ha toccato la massima difficoltà nel passaggio da kandahar a sukkur, con punte di 51° ed il 60% di umidità. mi ricordo di aver scritto queste parole al ritorno nel mio container. quello che chiamavo casa e dove in 8 mq dormivamo in 3.
….

siamo tornati oggi.. un lenzuolo bianco con scritte blu ci ha salutato dopo una fatica immane. era spontaneo, sincero ed il contrasto raccontava di sole e luce e di sudore e fatica. era il segno che anche un posto del genere può diventare il miglior posto dove tornare.
la felicità è stata enorme, grandissima. avrei voluto ringraziare tutti ma erano già impegnati a scaricare l’elicottero e forse…non avrò mai l’occasione, forse per mia discrezione, forse per la mia timidezza latente, forse per paura di essere retorico o romantico.
non avrò mai il coraggio per dire loro, magari ad ognuno di loro singolarmente, quanto li ho ammirati, quanto ho usato la loro forza per sopravvivere ai momenti di sofferenza, quanto mi sono nutrito del loro conforto e della loro goliardia..
forse non avrò mai il coraggio per rappresentare loro il mio ringraziamento per la loro indomita passione, per la loro coesione, per la loro metodica, forse perchè ammetterei allo stesso momento la mia debolezza e con loro non mi sono mai sentito debole.
non avrò mai il coraggio di dire che pur conoscendo ognuno di loro perfettamente, perchè li ho osservati, ascoltati e giudicati sempre di sottecchio, sono rimasto sconcertato dalla loro unione.
Era il collante per le difficoltà, più era difficile e arduo il compito o la situazione, più uno di loro aveva un sorriso o una battuta per rinfrancare tutti gli altri. dall’agilità e la correttezza del silenzio dei più giovani alla incredibile energia dei più attempati.
e forse quando tornerò nella casa che ho sognato per mesi, sfiorando i capelli di mio figlio che dorme, dopo che il tempo avrà appiattito la rabbia e il furore… ci saranno visi e voci che comunque non dimenticherò.
per il solo orgoglio di aver fatto parte di loro.