bruno pagnanelli

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ANTARTICA 2012-2013

diario dal fondo del mondo - Premessa

a mia moglie Ida che ha sopportato, assecondato, tollerato e  vissuto tutti i miei sogni e, nonostante tutto, è ancora li che si emoziona quando le scrivo “Buonanotte piccola” sulla posta. ..


a mio figlio Alessandro che nel silenzio dei suoi sguardi, ha capito una volta tanto cosa può significare un sogno per un uomo e quanto può essere “non ordinario” suo padre, nella speranza di sorprenderlo ancora nel futuro.

Prefazione

“nelle piccole menti c’è spazio solo per i pensieri del pranzo e della cena” 

conferenza di Amundsen, 4 dicembre 1912


“..io esco e potrei rimanere fuori per un po’.”

Lawrence Edwards Grace Oates  (1880-1912) Partecipante alla funesta spedizione di Robert F. Scott al polo Sud. Assegnato alla cura dei pony di Scott. Mai più ritrovato.

Con questa frase, il signor Oates mise fine alla sua esistenza. Malato e in pessime condizioni si rese conto di essere di peso al team che avrebbe fatto poi ritorno, in scarsità di viveri e di risorse. Scelse di morire nel mezzo di una bufera in Antartide, di ritorno dal polo sud. Con questa frase, questo pioniere di una spedizione sfortunata, ha reso l’ultimo saluto ai suoi compagni e a se stesso, perdendosi, ma forse era il male minore, nei -40° C di un giorno qualunque sotto l’80° parallelo Sud. Partendo mesi prima, scelse di vivere un’avventura, a cui ha dedicato la vita finendo con un sogno non coronato. In questa frase c’è nascosta una verità, quella che fa di ogni uomo un universo a se, quella che identifica una scelta, nel bene o nel male, che porterà il suo nome in un libro di storia.


“..si tratta di collaborare con la Natura, non di contrastarla..”

Roald Engelbregt Gravning Amundsen  (1872-1928) Primo uomo ad arrivare al polo sud.

Il senso strettamente filosofico con il quale Amundsen ha affrontato, nella gara involontaria con Scott, la sua sfida all’Antartide ed alla conquista del polo. Un norvegese, schivo e schietto, rispettoso dell’ambiente e della squadra che lo ha accompagnato nell’impresa, contrapposto alla troppa ostinazione e alla troppa fiducia nei propri mezzi del suo rivale, Scott, che nella sua visione “imperiale” della spedizione, peccò in diversi punti sia in pianificazione che in condotta. Scott, a differenza di Amundsen, non fu aiutato neanche dalla sorte, benché la sorte non sia un fattore facilmente controllabile a queste latitudini.


SCRITTO PRIMA DI PARTIRE.

Sabato un volo lunghissimo mi porterà nel fondo del mondo dove il bianco e l’azzurro sono il confine di ogni sguardo e dove gli occhi, per vedere, devono esser tenuti semichiusi. Tre giorni di viaggio, se tutto andrà bene.

Un sogno iniziato da piccolo, arricchito da milioni di curiosità, da informazioni trovate sui libri, sulle foto, nei racconti di quegli eroi che hanno vissuto avventure incredibili nel cercare di conquistare il fondo del mondo, la fine del conosciuto, l’ultimo parallelo.

Una curiosità iniziata quando a scuola si studiava con il sussidiario, quello con le cartine, prima dell’Italia, poi dell’Europa e infine del mondo intero. Alla fine, prima dell’indice, c’erano sempre due pagine. Una vedeva il mondo da sopra e una da sotto. Erano quelle le pagine che mi attiravano di più. Perché non ci si arrivava mai, perché erano alla fine e il programma, di norma, era già finito e la maestra le dimenticava nel libro. Finiva la scuola e la maestra le dimenticava, le lasciava in quel limbo di curiosità che non ho mai sopito.

Erano pagine colorate di bianco e celeste e con linee a raggiera che partivano da un punto marcato di nero.

L’ultima, in particolare, riportava una forma, una specie di cerchio bianco circondato dall’azzurro.  Azzurro e bianco. Pochissime scritte, nessuna pallina con la stellina ad indicare una capitale. Nessun segno di strada o ferrovia.

Solo ghiaccio e freddo.

Non capisco nemmeno io quale sia il motivo che mi ha spinto a chiedere di partecipare. Da tanto ci provavo e finalmente, per un caso fortuito, per una serie di combinazioni favorevoli, ho avuto la possibilità.

4 mesi in Antartide, con la XXVIII^ spedizione Italiana del PNRA-ENEA.

Prima due settimane di addestramento e di impegno severo, in situazioni limite, per capire un po’ ciò che non capiremo mai a fondo e/o ciò che ci aspetta.

4 mesi di fila.

Oltre ogni mia migliore aspettativa.

Sono impaurito dall’impresa che dovrà segnare una parte della mia vita da maturo. Non c’è più il sussidiario.  Sono cosciente e agitato. Mi ritrovo di notte a pensare al mare, al cielo ed all’azzurro. Mi ritrovo a confrontarmi con la paura del viaggio e dell’ignoto con la folle felicità legata all’opportunità che ho in mano.

Un regalo dalla Vita.

Sento di esser pronto e non vedo l’ora di chiudere gli occhi nel momento in cui l’aereo decollerà per salutare, in una ultima preghiera, i miei cari. Perché non sono preoccupato per me, lo sono per loro.

Loro che non sapranno mai cosa significhi esser stato dentro l’ultima pagina del sussidiario.


A chi si appresta a leggere questo diario, premetto, come è d’uopo in queste occasioni, che lo scopo di questo scritto è meramente personale.

E’ la raccolta, più o meno ordinata, di pensieri scritti in momenti di quiete apparente, di mail spedite ai propri familiari, di appunti presi dopo notti insonni a cercare di tenere aperti gli occhi, di ricordi trascritti su un dispositivo elettronico o su un pezzo di carta riciclata nella sala operativa della stazione Mario Zucchelli di Baia Terranova, in Antartide.

Personalmente non sono uno scrittore professionista anzi, tutt’altro, sbaglio i congiuntivi e dico parolacce, ma proprio perché sono cosciente di trovarmi in una situazione di assoluto privilegio, ho avuto l’idea, di raccogliere in un unico scritto, tutto ciò che mi è passato davanti, con le mie basiche possibilità dialettiche.

Mi scuso sin d’ora con gli accorti avventori di queste pagine per gli errori, per le “consecutio” completamente errate e per l’ortografia, anche se i correttori mi hanno confortato costantemente nella stesura “dell’opera”.

Ho pensato che una esperienza simile, al di fuori di un contesto di ordinarietà come quello che ho sempre vissuto, debba esser ricordata e soprattutto debba essere condivisa con altri.  E’ l’unica reale motivazione che mi ha spinto a scrivere questo diario  ed ogni volta che mi fermavo, afflitto dall’impossibilità di trovare parole corrette nel mio scarno vocabolario, sempre in preda al panico per non riuscire a descrivere ciò che ho vissuto, mi tornavano in mente le parole di un ragazzo che dopo aver preso la laurea e dopo aver rinunciato ai soldi dei suoi genitori, ha voluto vivere in pieno contatto con la natura, trovando la morte in un punto qualsiasi di un posto altrettanto incredibile quale l’Alaska.

Christopher McAndless, il ragazzo che morì avvelenato ed in solitudine nel parco nazionale di Denali, in un autobus riadattato a casa, scrisse che: “la felicità è nulla se non è condivisa”.

Questa esperienza vissuta è, per me, il senso assoluto della felicità, quella che ti toglie il respiro quando cerchi di spiegare qualcosa e non ci riesci, quella che ti fa sognare di notte quello che hai visto nel pomeriggio, quella che ti rende finalmente cosciente che la fine del mondo è il posto più incredibile che esiste.

Dirò: “Io ci sono stato” e ringrazio Dio e la mia famiglia per l’opportunità ricevuta. Adesso voglio solo iniziare a registrare, per ricordare poi, quando leggendo le “formiche”, le lettere nere come le chiamo io, in una pagina bianca, tornerò con la mente a perdermi nei ricordi.

Ci risentiamo a Febbraio al mio rientro. Buon Natale e Buon anno sin d’ora.


Lawrence Oates

fonte: wikipedia

sopra: monte Erebus, il vulcano attivo vicino alla base di Mc Murdo

sotto: il ghiacciaio Drygalsky