bruno pagnanelli

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BRASIMONE e La THUILE


Il corso inizia con un viaggio. Forse il primo fra tanti. Inizia nella carrozza angusta di un treno regionale, antitesi del senso di ordine e pulizia. Treno condominiale sarebbe più rappresentativo perché sembra di essere al campeggio degli scout o nel cortile di un palazzo. Caldo e sporco non sono in ordine di apparizione. Panini arrotolati nella stagnola, quelli con la cotoletta che se non bevi non respiri più dopo il terzo boccone.

Zaini nel corridoio e telefonini accesi con le suonerie più creative. Italiani tutti, educati meno. La polizia effettua un controllo appena il treno inizia a muoversi. Un ragazzo con il pranzo in bocca risponde sgarbatamente al poliziotto e questi non sembra prenderla molto bene. Arrivo a Bologna e la Stazione Centrale mi accoglie subito con un simbolo di storia da dimenticare. Lo squarcio della bomba è ancora li, uno spazio di vetro morto e vuoto sullo sfondo di una città che vive ancora.

Chi deve partecipare è subito visibile per l’abbigliamento da montagna e gli zaini colorati. C’è confusione fuori e i turisti ne aumentano la percezione. Si parte con il pullman condotto da un autista che è la negazione del termine “riservato”.

Inizia con il racconto della sua vita, i suoi vizi e le sue passioni che, stranamente, non coincidono con quelle di nessuno. E’ evidente che il background culturale collide: il pallone e la buona tavola non sono argomenti da fisici e da geologi. Dopo venti minuti ha già finito il repertorio e inizia ad essere sboccato.

Questo manipolo di persone, un po’ intimorite dal caos e da ciò che dovranno affrontare si immergono nella moquette comoda del pullman gran turismo con i disegni da divano di un film porno.  Si provano approcci, ci si chiede chi sei e che fai. Sorrisi e convenevoli si sprecano per ammorbidire la tensione. “come ti chiami, che fai, da dove vieni, sarà dura, sei mai stato, conosci tizio, sei sposato, hai figli..”

Dottori, ricercatori, idraulici, cuochi, militari, alpini, geologi, studenti, insegnanti di scuole superiori, giornalisti, meccanici.  Uno zoo di persone che il caso ha accomunato in un unico pullman con l’autista che è arrivato a raccontare degli strozzapreti che ha mangiato in questa o quella trattoria.

Dopo 2 ore di viaggio e di curve si arriva a Brasimone. Una settimana di aula la mattina e di esercitazioni pratiche nel pomeriggio. Cose mai viste e mai fatte. Come scendere con una imbragatura che costipa le gonadi o montare un particolare tipo di tenda, o fare il bagno nell’acqua gelida con una tuta da astronauta. Leggere documenti, prepararsi all’ambiente, convincersi e/o idealizzare che ciò che dicono non siano fandonie. Alcuni dei docenti sono dei veri e propri comunicatori, altri meno. Uno in particolare è una miscellanea magica di sapienza e di comunicazione. Riesce a raccontare come un nonno racconta al nipote, riesce a gestire la respirazione, si muove con parsimonia, amministra gli sguardi e le pause. Ogni parola entra e rimane. Si chiama Carlo Baroni ed è un professore dell’università di Pisa.

Mi rimane impresso e rimango ammirato da ciò che dice e da come lo dice. Ricordo ogni virgola e ogni punto anche quelli non detti.

Quando si dice: comunicare.

L’antitesi è il Dirigente bolognese dei vigili del Fuoco. Una vera macchietta con il suo dialetto e modo di fare. Sembra l’imitazione del sindaco emiliano fatto da Paolo Cevoli su Zelig.  Lo riprendo di nascosto con il telefono, son sicuro che mi servirà nei momenti di sconforto.

5 ore di aula, il pranzo e poi vestiti con tute rosse da prigionieri di guerra, si provano tecniche di sopravvivenza e di primo soccorso con simulazioni di eventi, spegnimento di incendi, uscita da tunnel pieni di fumo o di fuoco. Un vero parco giochi accompagnati dallo sguardo attento e vigile di Sergio e Mara, sempre presenti e disponibili ad ogni nostra necessità, anche quelle più “creative”.


Dopo una settimana si parte per Aosta, anzi per La Thuile.

La domenica sull’autostrada è piena di auto. Le montagne arrivano dopo 3 ore e mezza di racconti familiari dell’autista del pullman, sempre lui, che si sofferma su dettagli imbarazzanti e su commenti poco onorevoli su questo o quello, persone che hanno già fatto questo corso e che, per motivi sconosciuti alla logica comune , sono rimasti nelle sue narrazioni. Quello che aveva i capelli troppo lunghi, quello che aveva paura del buio, quello che non sapeva cosa era la fonduta.. Insomma, un bestiario di fattori, accomunava persone scelte randomicamente al pubblico ludibrio solo per il fatto che a questo signore, erano rimaste più o meno simpatiche.


Aosta passa sul fianco destro del pullman e scompare dopo un caffè all’autogrill. Si inizia a salire fra curve tortuose e imprecazioni in calabrese, mischiato al bolognese di adozione, del conducente che è sempre più creativo. La caserma dove alloggiamo è in uno scenario da presepio. Dormiamo e ci sistemiamo in camere doppie o quadruple.  Fa freddo.

L’indomani prepariamo il materiale per il campo e partiamo verso un punto sconosciuto dove staremo per 6 giorni. Dicono che ci toglieranno i telefoni e ogni ammennicolo elettronico. Devono testare la resistenza a condizioni climatiche estreme e all’isolamento. Alcuni di noi vengono presi dal panico e cercano di mantenere i propri dispositivi in un piccolo anfratto dei propri zaini.  Decido di accettare la regola senza limitazioni.

Spengo il mondo con il quale sono connesso, nascondo il mio concentrato di tecnologia nero e accetto il silenzio assoluto.

Mi chiedo: “Perché dovrei rimanere attaccato a ciò che conosco se poi andrò dove non conosco nulla e quello che conosco non vale più? Perché non provare un salto indietro di venti anni, dove si usciva solo con le chiavi di casa, perché non sfruttare la possibilità di tornare in una fetta di vita senza i ritmi che conosco e con la pace nel cuore?

Arriviamo nel piccolo pezzo di mondo che ci aspetta. E’ un posto incantevole fatto di nulla. Anzi un non luogo, fatto di erba marrone consumata dal vento, di acqua gelida contenuta in un lago eterno e di rocce a strapiombo sotto curve e tornanti di una strada che si perde nella nebbia. Sullo specchio d’acqua affiorano rocce, si vedono riflessi smeraldo e gialli. In una sella fra le montagne a nord si vede uno spicchio di sua maestà il Bianco, versante di Courmayeur. Il fondo del cielo è carico di nubi ma in alcune zone compare l’azzurro più intenso che abbia mai visto e in alcuni momenti circonda il bianco della punta della montagna più alta d’Europa.

Con estrema fatica scarichiamo il materiale. Si capisce subito chi è incline alla fatica e chi no, dopo poco s’intuisce anche chi cercherà di dileguarsi alle prime disattenzioni per evitare  i  lavori più faticosi. Scaricare il materiale dal camion, poi in discesa proseguiamo verso il piano ocra di erba. Odore di stalla anzi, di stallatico. Vento e nebbia rendono la temperatura molto più rigida e la sensazione di disagio compare subito. Lo stare insieme rende tutto più semplice, le battute e le risate addolciscono la pillola della salita a mani vuote a prendere altro carico. La guida ci dice che il camion non può scendere per delle limitazioni imposte dalla guardia Forestale. E’ una scusa evidente che fa parte dell’addestramento. Ci sono tracce di camion ovunque. 

6 giorni di tenda, nessuna comodità, vita comune e tenda bagno. Ci si diverte con le ovvietà e con l’autoironia imposta dalle condizioni. Le donne enunciano i problemi legati alla stipsi e gli uomini si sbilanciano in concerti fatti dai gas prodotti. Ci si aiuta, per quanto si può, si fatica cercando di convincere i meno generosi in attività comuni. Alcuni scoprono subito i propri limiti, altri, con evidente abilità, solo alla fine. Ci sono quelli che scompaiono quando c’è da lavare i piatti o quelli che invece sono sempre disponibili a mettersi in gioco.

Le donne annunciano difficoltà maggiori con la tenda bagno, cercano conforto e meditano rivolte che mai verranno combattute, ammutinamenti impossibili conditi da ipotesi di complotto simpaticissime. Gli uomini sono sconfitti dall’umidità e dalla noia delle sere senza elettronica.

Un segno del tempo.  Comunichiamo con chiunque, gente che non si conosce da dietro un monitor e non riusciamo a scoprire chi abbiamo di fronte a 50 centimetri. Intavolo discussioni, con sconosciuti fino a 6 giorni prima, di mogli, di figli, di speranze e di valori. I miei interlocutori li scelgo, non voglio parlare di sport e di futile. Voglio sapere chi sono. Voglio entrare per un attimo nella loro storia. La noia degli altri è la mia felicità latente. Paolo, l’allegro informatico bolognese , Chiara è una geologa e mi parla della sua città, dei suoi viaggi, del tetto del mondo. Lorenzo è un biologo pescatore e mi parla delle sue reti e di suo padre che prende come esempio per se stesso e per la vita, Agnese mi parla di Sicilia e meteoriti, Paride di energie alternative. Nessuno parla di calcio ne di trattorie infami.

Una liberazione per la mente.  Meno per il fisico.

L’umido arriva nelle ossa e rende la notte in tenda un supplizio. 

Eppure una delle visioni migliori è regalata da una notte di luna piena, con una porzione di monte Bianco che esce da dietro un pascolo ocra di rugiada e di autunno con un sottofondo di nebbia che arriva sul lago dal versante francese.

Dopo lunghe camminate, prove di ascesa e discesa, bestemmie da freddo, notti fra sonore russate, intimità negata, cibo precotto e piatti lavati al fontanile, fatto con un tronco enorme scavato come una piroga e un tubo che porta acqua direttamente dal ghiaccio, dopo tanti anni di vita diversa, sono tornato a stupirmi.

Anni di vita condotta fra parecchia polvere, spesso nel caldo e nell’odore del sudore, fra una buona dose di rimpianti e di lacrime versate in silenzio, dopo anni, ho conosciuto di nuovo la gioia.
La gioia vera, quella della scoperta, della novità, del senso della rivelazione.
Quella che ti prende al naso e te lo fa pizzicare fino a sotto gli occhi, che ti fa respirare il freddo, che ti apre gli occhi anche di fronte alla luce ed all’immenso.
Questa gioia è fatta di persone e di avventure, di esperienze e di paure, di sconosciuti condivisi dal caso, di freddo e di difficoltà mai affrontate prima.
Forse più raccontate che reali ma superate con il consenso, il conforto di altri che vivono la stessa identica avventura.
Ho camminato da solo nel buio, preso acqua mentre pensavo a mio figlio, trattenuto imprecazioni per la fatica non abituale o per il confort negato e in tutto questo ho visto il buono, il positivo.
Il positivo è fatto dai capelli lunghi di un ragazzo, scambiato per un pusher, rivelatosi poi una delle persone migliori mai incontrate, uno di quelli che regala fatica allo scopo, che evidenzia il fine, che marca il territorio della coerenza con l’esempio e l’impegno.
Il buono è una ragazza dall’accento del sud, con la conoscenza profonda di materie impossibili, che ride nonostante la privazione e la mancanza di privacy.
Il bello è nel calore di una tenda dove tutti si ritrovano anche in piedi, solo per dire io ci sono e tra questa gioia, fatta di discorsi impossibili e mai affrontati prima, di conoscenza perduta, di umanità negata e di nuovo regalata, fra l’umido di un luogo austero e desolato, fra dialetti e voci diverse, fra sapienza sciorinata e riso precotto in busta, ho ritrovato un gruppo ben assortito. Vedo la foto finale e ricordo le voci, associo i tratti, trasferisco nel posto più sicuro della mia mente la memoria di un periodo bellissimo.
Saranno storie da raccontare di fronte ad un camino che dipinge di rosso gli occhi di un bambino pronto ad ascoltarle, saranno la compagnia di un buon Armagnac scaldato dal tepore di una mano in una sera d’inverno. Mai come questo inverno, trasformato in estate.

Lasciamo questo “non luogo” per tornare a lavarci nella caserma presepio, convinto che qui non tornerò mai più se non nei ricordi. La fantomatica Guardia Forestale, quella cattiva che non ci ha permesso la discesa del camion sul sito quando siamo arrivati, questa volta ci grazia e il camion per caricare tutto il materiale parcheggia vicino alle tende sgonfie e coperte di zaini. La guida ci dice che oggi non ci sono e che possiamo farlo. Come l’orco nelle fiabe...

sopra, dove si trova il Lago di brasimone

sotto, una vista del lago

sotto, 3 foto dell’addestramento e delle attività svolte presso il Centro di Brasimone

sotto, le foto dell’addestramento e delle attività svolte presso Aosta (La Thuile e il monte Bianco)

ANTARTICA 2012-2013

diario dal fondo del mondo - Il corso pre-antartico